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Lui, della scuola veneta di fine Ottocento, seppe accettare di uscire dal realismo per affrontare territori più aspri, nuovi, contemporanei. Lasciò alla città una memorabile scuola di pittura, l'unica, "La Soffitta", che vive anche oggi nel nome del Maestro. Il 27 aprile dell'anno 2005 lasciava questo mondo il Maestro Otello de Maria. Sono trascorsi ormai dieci anni da quel triste giorno, che vedeva l’uscita di scena di chi è stato il principale e più amato esponente della pittura vicentina del Novecento. Ricordo che quel giorno, alla notizia della morte del Maestro, scese sulla città un velo di malinconia e molti vicentini parteciparono alla messa celebrata nella Chiesa di S. Stefano, che non riuscì a contenerli tutti. Inevitabilmente, nella vita di ognuno noi, soprattutto per coloro che gli sono stati vicini uniti dall’amore per la pittura, i ricordi più significativi non ci abbandoneranno mai. Fortunatamente tendiamo a trasformarli in tenerezza, cercando di dare maggior evidenza a quelli particolarmente sereni, facendo sì che il vuoto lasciato dalla perdita attenui la durezza dell’evento lasciando il posto al caro ricordo. Ecco perché mi viene in mente la commovente immagine del Maestro in carrozzina, giunto ormai negli ultimi anni della sua vita, spinta, non senza fatica, lungo la salita di via Canove Nuove dalla sua amata Ricciarda; la prima fra tutti a volergli bene profondamente ed accudirlo fino alla fine con assoluto disinteresse e senza ricevere, credo, il giusto riconoscimento. A quel tempo il Maestro, pur minato nel corpo, aveva conservato la lucidità della mente, tanto da ripetermi ogni volta che lo incontravo (ciò avveniva con una certa frequenza svolgendosi in quel tempo la mia attività lavorativa proprio nei pressi di via Canove Nuove): “ciò Gabin, quando xè che te me fè firmare quel quadro che te gò fato in Soffitta?”. Il tempo però scorre sempre troppo veloce e quella firma non venne mai posta. Nessun rimpianto, tuttavia, da parte mia perché quel quadro, che conservo gelosamente, è l’immagine del Maestro.

L’immagine di un pittore di grande valore, istintivo, quasi violento, dotato indubbiamente di straordinarie naturali capacità pittoriche. Scrivere sull’opera di Otello De Maria, assumendo le vesti del critico d’arte, è un compito che non mi appartiene e nemmeno il giudizio sulle sue opere troverà spazio in questo mio racconto, che vuole essere nulla più che un tenero umano ricordo. Posso solo affermare che la sua pittura affondava solide radici in quella figurativa del tardo Ottocento veneto. Memorabili sono le marine (fortunato chi le possiede!) dipinte en plein air durante una sua vacanza a La Spezia. Mi viene in mente in particolare una tela, dove Otello dipinse due grandi barconi scuri inclinati l’uno accanto all’altro, quasi volessero sorreggersi, in un mare colto nell’attimo di un'imminente turbolenza. E che dire di quell’altra tela di una semplicità disarmante, con il solo profilo di una nave all’orizzonte avvolta da un velo di malinconia e forse dal timore per le incognite del viaggio intrapreso!

La vicentinità? È una mignatta!
Nell’ultimo periodo della sua vita, quindi in piena maturità artistica (magari, aggiungo io, lo avesse fatto prima!) Otello De Maria trovò la forza e il coraggio (cosa non facile per chi ha sempre dipinto in modo tradizionale) di sperimentare nuove tecniche, affacciandosi così all’arte informale o astratta che dir si voglia, con l’uso di materiali insoliti, dando persino nobiltà alla carta igienica (sì, proprio quella!) che lui incollava sulla tela creando sottili trasparenze e vibranti velature degne del grande pittore, molto amato dal Maestro, che risponde al nome di Tancredi Parmeggiani (1927-1964). Ed è in quel periodo che nascono i suoi capolavori, che portano a galla il suo essere “bastian contrario”, la sua anima per certi versi anarchica ed anti-clericale (mi sarebbe piaciuto sapere cosa ne pensasse a quel tempo suo fratello arciprete ai Carmini!). Dagli spazi profondi del suo animo inquieto videro così la luce vigorosi quadri dove preti, teschi, donne succinte e scomposte, si fondono in felliniana memoria. Era quindi un animo ribelle, che avrebbe sicuramente ottenuto maggiori riconoscimenti solo se avesse ascoltato i consigli del suo amico Neri Pozza e credo anche del Marchese Roi, che avrebbero voluto lasciasse questa città per raggiungere palcoscenici di maggior respiro e visibilità, in particolare quelli offerti dalla Capitale. Ma si sa, la vicentinità ti lega profondamente e ti induce ad essere fedele al territorio che ti ha visto nascere.


Ruvido, dolce, schietto

La fondazione de "La soffitta", scuola di pittura Otello de Maria era un pittore con forte personalità, sempre schietto, spesso ruvido, rasentava a volte la cattiveria, soprattutto nei confronti dei suoi allievi – quelli pasticcioni – e verso chi interpretava l’esercizio della pittura come divertimento. Sapeva però essere estremamente dolce quando dispensava o regalava a forma di carezze dei piccoli angioletti dipinti velocemente, come solo lui sapeva fare con la tecnica del “guazzo”, rimandando alla memoria del Tiepolo, pittore che lui amava profondamente. Il suo grande merito, del quale la nostra città non è mai stata sufficientemente grata, fu quello di aver fondato una seria scuola di pittura chiamata “La soffitta”. Questo era il suo nome perché vide la luce all’interno della grande soffitta, situata in un palazzo di contrà San Paolo, che ospitava la storica osteria “Il Cantinon”, ed è ancora con questo nome che viene ricordato con nostalgia dagli allievi ormai anziani, quel luogo. Io purtroppo, sono arrivato a Vicenza in ritardo, ma comunque in tempo per vivere un felice periodo in cui la sede della “Soffitta” fu trasferita nel prestigioso palazzo Arnaldi della Torre, illuminato dal rosone ben visibile in alto per chi percorre via Santi Apostoli e lambito nella parte posteriore dal Retrone, dove si specchia la magica visione della Basilica Palladiana. Guai a farsi catturare dalla nostalgia (spesso sintomo di malinconia per la giovinezza che non c’è più). Non resta che godere del pensiero dei ricordi più cari. Eccomi quindi riprendere il racconto (era ora, dirà qualche lettore!) del quadro dipinto e mai firmato dal Maestro. Tutto avvenne in una luminosa domenica mattina di una primavera di molti anni or sono. In quel tempo, io ero il primo ad arrivare alla “Soffitta” perché il Maestro, forse intenerito dal mio entusiasmo, me ne aveva affidato le chiavi. Ricordo di aver preparato, alla maniera antica come De Maria ci aveva insegnato (gesso di Bologna, colla Lapen e olio di lino), una bella tavola dall’invitante color ocra. L’avevo posta con cura sul cavalletto in modo che la luce la illuminasse di sbiego, così come si deve fare. Di fronte avevo posto un sinuoso vaso di vetro con fiori appassiti ma con ancora i bagliori della perduta freschezza, soggetto molto amato dal Maestro. Fu così, che ad Otello de Maria, appena mise piede nello stanzone, non sfuggi l’intrigante tavola e l’altrettanto invitante “natura morta”. Dopo aver acceso la prima “Philip Morris” che gli avevo offerto (altre me ne avrebbe “scroccate” nel corso della mattinata, lasciando nell’aria delle volute cariche dell’indimenticato profumo delle “svizzere”), ricordo che mi spostò con decisione, rapito dal magico momento. Non usò i pennelli, ma afferrò i miei preziosi tubetti Lukas e spremendo il color puro dai tubetti direttamente sulla tavola, come avrebbe fatto uno spadaccino nell’intento di colpire al cuore un nemico, realizzò un prezioso quadro tra lo stupore e l’ammirazione degli altri allievi nel frattempo sopraggiunti. Quanto a me, oltre allo stupore e all'ammirazione, mi corse un brivido lungo la schiena e anche qualche goccia di sudore sulla fronte, certo per la visione della splendida opera che stava nascendo, ma anche, sono sincero, per l’eccessivo consumo dei miei preziosi colori. Ne valse sicuramente la pena, perché quel dipinto, pur senza firma, è ancora qui con me e mi dona ogni volta che lo guardo nuove emozioni. Quanti ricordi e significativi episodi sono legati a quel tempo. Tutti meriterebbero di essere raccontati. Di alcuni ho già parlato in occasione di altri aneddoti riferiti a pittori che come me hanno vissuto con il Maestro quel periodo. Penso però che certi sentimenti debbano essere gelosamente custoditi nell’animo ed esibiti, come gioielli, con discrezione. Mi consola il fatto che l’eredità del Maestro non è andata perduta, ma sopravvive nel luminoso spazio dell’attuale sede di Corso Padova 83. Là dove i “Soffittari” (in questo modo vengono da sempre identificati) ancora si radunano esercitandosi nella pittura, cercando in essa, così come avviene con le buone letture, l’arricchimento dell’animo. Il merito è da attribuirsi a tutte quelle entusiaste persone amanti dell’arte, che nel corso degli anni hanno sempre mantenuto vivo il ricordo del Maestro. Ad oggi tale merito va sicuramente attributo al presidente Davide Piazza, che ricopre la carica con entusiasmo da ben dodici anni, rivelandosi oltre che buon pittore, un infaticabile organizzatore di tutte le attività artistiche che si realizzano nell’attuale sede della “Soffitta”, validamente affiancato dalla vulcanica “pittrice/viaggiatrice” Luciana Gonzales. Vicenza non può non ricordare (con una mostra adeguata) Otello De Maria. Certo i tempi sono cambiati: siamo distanti anni luce da quella “scuola di pittura” così ben rappresentata nel 1870 da quel delizioso piccolo quadro dipinto da Giacomo Favretto. Ancora oggi si ripercorrono però sentieri
d’arte antichi, ma riproposti in chiave moderna sotto forma di collage, l’uso di sabbie ed inchiostri tipografici, senza trascurare gli amati colori ad olio. In tutto ciò è stata inoltre coinvolta l’appassionata e disinteressata opera del professor Sandro Faggionato, già stimato insegnante del Liceo artistico della nostra città. Come ho detto, l’attuale “Soffitta” è ubicata in Corso Padova. L’ingresso è un po’ defilato sulla sinistra, ma c’è
una bella targa che ne indica la sede. Se volete visitarla, correndo però il rischio di innamorarvene, potrete semplicemente premere il campanello, salire all’ultimo piano (non preoccupatevi, c’è l’ascensore). Entrerete in uno spazio pieno di luce, dove si annusa il buon odore dei colori ad olio e della trementina che, viassicuro, non fa male alla salute. Noterete sulla sinistra, in alto, un bel ritratto del Maestro, dipinto dal pittore Sandro Beggio. Poi lo sguardo si perderà nella luce e nei colori dei quadri appesi alle pareti. Vi sarà sicuramente offerto un buon caffè,
appagando così il vostro interesse. Se poi questa visita avrà luogo la domenica mattina, resterete artisticamente ammirati da una bella modella sdraiata sul lettino di posa posto al centro dell’ampio stanzone. Ebbene sì, la “Soffitta” è l’unico spazio nella città, ma penso anche della provincia, dove ci si può esercitare nel disegno del nudo “dal vero”, opportunità che offrono solo le Accademie, come quella di Venezia ad esempio. A questo punto, credo di essere incappato in un involontario spot pubblicitario (che dovrebbe quanto meno procurarmi la tessera di Socio onorario), ma sono sicuro che anche il Maestro ne sarebbe felice (mentre sta dipingendo i suoi angioletti, questa volta “dal vero”). Mi resta però nell’animo un po’ di tristezza pensando che al Maestro, che pur riposa nel Famelio (dove sono custodite le spoglie di chi ha dato lustro alla nostra città) è stato ricordato solo in occasione dei suoi cento anni dalla nascita dalla Galleria D’Arte Artù. A proposito, tale Galleria è recentemente rinata nella splendida nuova sede di Contrà Piancoli 14. Ho parlato di tristezza, ma come non provarla pensando che forse nemmeno i dieci anni dalla scomparsa del Maestro saranno ricordati da chi sovraintende alle attività culturali vicentine! Ma è mai possibile che solo "Quaderni Vicentini" ne rinnovi la memoria dando spazio al mio modesto racconto? Certo, una bella grande mostra, sarebbe il massimo se fosse allestita nella Basilica Palladiana – come meriterebbe – ma sarebbe idoneo anche Palazzo Chiericati, dove sono stati in passato ospitati pittori di buon valore, ma solo in rare occasioni non appartenenti alla realtà vicentina. Il messaggio è stato lanciato, non resta che attendere!

  • Pino Bassetto

  • Beggio Alessandro

  • Patrizia Bertoli

  • Etta Bevilacqua

  • Paolo Bortoli

  • Breganze Maria Grazia

  • Roberta Campagnolo

  • Giuditta Carbone

  • Rosachiara Carletto

  • Antonio Giorgio Cattani

  • Milva Chemello

  • Otello De Marchi

  • Mino Faccin

  • Marta Ferrari

  • Daniela Gavassolo

  • Luciana Gonzales

  • Gianluca Gualandi

  • Michela Ligazzolo

  • Barbara Molon

  • Alba Pedrina

  • Davide Piazza

  • Grazia Righele

  • Maria Grazia Rodighiero

  • Anna Stefani

  • Adele Zaffaina

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